I negoziati globali sulla biodiversità alla COP17 di Erevan, in Armenia, si sono conclusi con accordi descritti come un progresso, ma criticati dalle organizzazioni ambientaliste perché troppo limitati. I delegati hanno chiuso l’incontro intorno alle 10:30, dopo una sessione notturna caratterizzata da disaccordi e timori che la conferenza potesse perdere il numero legale, riecheggiando i problemi del precedente vertice di Cali, in Colombia.

Il ministro dell’Ambiente armeno e presidente della COP17, Hambardzum Matevosyan, ha contribuito a far avanzare le discussioni finali chiedendo ai delegati di indicare le proprie posizioni con il pollice verso l’alto o verso il basso. I negoziati hanno tuttavia messo in luce divisioni sulla partecipazione e sul ruolo decisionale dei popoli indigeni, nonché sull’uso di un linguaggio relativo al genere. L’Indonesia si è opposta alle norme riguardanti la rappresentanza dei popoli indigeni, mentre l’Argentina ha tentato senza successo di eliminare i riferimenti al genere.

Gli accordi finali hanno inoltre utilizzato una formulazione considerata debole riguardo al riconoscimento della Piattaforma intergovernativa scientifico-politica sulla biodiversità e i servizi ecosistemici, nota come IPBES. La Svizzera, intervenuta a nome di 55 Paesi, tra cui gli Stati membri dell’Unione europea e la Colombia, ha criticato la politicizzazione delle questioni scientifiche e ha dichiarato che la scienza dovrebbe costituire la base delle politiche pubbliche.

La COP17 aveva due obiettivi centrali: stabilire un percorso per raggiungere entro il 2030 i 23 obiettivi sulla biodiversità e determinare come finanziare tali obiettivi. Gli accordi hanno riconosciuto la necessità di accelerare l’attuazione e colmare il divario finanziario, ma non hanno specificato come ciò avverrà, da dove arriveranno i fondi o quali Paesi li forniranno.

I colloqui hanno inoltre riconosciuto la necessità di ridurre o reindirizzare i sussidi dannosi per la biodiversità. Tuttavia, la formulazione finale si è limitata a incoraggiare i Paesi ad agire e non ha delineato un percorso chiaro. Uno degli obiettivi in esame è la mobilitazione di almeno 200 miliardi di dollari all’anno per la biodiversità entro il 2030, insieme a una riduzione dei sussidi dannosi di almeno 500 miliardi di dollari nello stesso periodo. Il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres aveva avvertito che attualmente meno della metà dei 23 obiettivi era sulla buona strada.

Diverse decisioni importanti sono state rinviate alla COP18 in Ecuador. Tra queste figura una valutazione del fondo globale per la biodiversità istituito nel 2023, criticato per le risorse limitate che ha distribuito e per essere gestito dal Fondo mondiale per l’ambiente. La conferenza ha inoltre rinviato le decisioni su come raccogliere e distribuire i benefici economici generati dalle aziende che utilizzano informazioni genetiche digitali pubbliche.

La segretaria esecutiva della CBD, Astrid Schomaker, ha dichiarato che l’incontro in Armenia ha creato uno slancio per il dialogo sui sussidi dannosi per l’ambiente e potrebbe infine portare ad accordi più vincolanti. I critici, tuttavia, hanno descritto la COP17 come un esercizio di rinvio diplomatico, con le questioni più rilevanti lasciate alla prossima conferenza.

Fonti: El País Sociedad.